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È la frase che ricorre quasi identica, nelle prime sedute con chi arriva da mesi o anni di esaurimento lavorativo. Non la pronunciano con disperazione — la pronunciano con sorpresa. Come se il corpo avesse preso una decisione che la mente non aveva ancora autorizzato.

Questo è il burnout nella sua forma più riconoscibile: non un crollo improvviso, ma il punto d'arrivo di un processo lungo in cui la persona ha continuato a dare — più ore, più impegno, più disponibilità — mentre qualcosa, silenziosamente, si svuotava.

Cos'è il burnout — e cosa non è

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha incluso il burnout nell'ICD-11 (codice QD85) come sindrome da stress cronico lavorativo non gestito con successo. La concettualizzazione di Christina Maslach (1981) identifica tre dimensioni che si sviluppano in successione: l'esaurimento emotivo — il sentirsi prosciugati delle proprie risorse —, la depersonalizzazione, ovvero un cinismo progressivo verso il lavoro e le persone che lo abitano, e infine la ridotta efficacia personale, con un calo reale della performance e della fiducia in sé stessi.

Va distinto dalla stanchezza ordinaria, che risponde al riposo. Va distinto dalla depressione maggiore, con cui spesso si sovrappone ma da cui differisce perché il burnout nasce in un contesto specifico e non pervade l'intera vita. Va distinto dallo stress acuto, che è reattivo e transitorio: il burnout è strutturale, e non passa con un weekend libero né con le ferie estive.

La questione che la diagnosi non esaurisce

Donald W. Winnicott, psicoanalista britannico
Donald W. Winnicott (1896–1971)
CC BY 4.0 — Wikimedia Commons

La domanda clinicamente più interessante non è «cos'è il burnout», ma «perché questa persona, in questo momento, è arrivata fin qui».

Dalla prospettiva psicoanalitica, il burnout è raramente solo un problema di carico eccessivo. È quasi sempre anche una storia di investimento. La persona che si esaurisce nel lavoro ha quasi sempre costruito una relazione molto particolare con esso: il lavoro non è solo ciò che fa, ma — almeno in parte — ciò che è. La performance diventa il metro dell'autostima. Il riconoscimento professionale colma bisogni che altrove non trovano risposta. L'essere indispensabili tiene a distanza una forma di angoscia che sarebbe insopportabile incontrare.

Winnicott aveva intuito qualcosa di analogo descrivendo il falso sé: quella parte della persona che impara precocemente ad adattarsi alle richieste dell'ambiente, a performare la competenza, a non deludere. Il falso sé lavora instancabilmente — è fatto per farlo. Ma lo fa al costo del sé vero, che si ritira, si assottiglia, alla fine esaurisce anche le sue riserve. Quando il falso sé non regge più, quello che crolla non è solo la produttività: è un'identità intera che si sgretola.

I segnali da non ignorare

Il corpo parla prima della mente. La stanchezza cronica che non migliora con il riposo, i risvegli notturni con i pensieri sul lavoro, le cefalee e le tensioni muscolari che nessuna causa organica spiega — sono segnali che qualcosa nel sistema psicofisico sta cedendo. Seguono i segnali cognitivi: la concentrazione si deteriora, le decisioni richiedono il doppio del tempo, l'irritabilità diventa sproporzionata agli eventi. Poi arriva il distacco — quella qualità particolare del burnout che Maslach ha chiamato depersonalizzazione: la persona diventa cinica, fredda, distante in un modo che non le appartiene, che la sorprende e la spaventa.

Sul piano comportamentale, la procrastinazione cresce su compiti che prima erano automatici, le relazioni si riducono, i consumi — alcol, cibo, caffeina — aumentano come strategie di sopravvivenza. Un indicatore clinicamente utile: chiedersi se si riesce davvero a godere del tempo libero senza che il lavoro ci entri. Se il lunedì mattina inizia a pesare già il venerdì pomeriggio, qualcosa merita attenzione.

30%
dei lavoratori italiani con almeno una dimensione di burnout clinicamente significativa
+25%
casi di burnout nei Paesi OCSE tra il 2020 e il 2023
52%
prevalenza nelle professioni di cura: medici, infermieri, insegnanti

Perché non basta cambiare lavoro

Uno degli errori più comuni è pensare che il burnout si risolva cambiando posto, capo o settore. A volte questo aiuta — e i fattori organizzativi contano davvero: un carico di lavoro cronicamente eccessivo, l'assenza di autonomia, la mancanza di riconoscimento, un clima relazionale tossico sono concause reali che non vanno minimizzate. Ma se il perfezionismo è la forma che ha preso l'angoscia di non essere abbastanza, se la difficoltà a porre limiti affonda le radici in un bisogno molto antico di non deludere, se la capacità di stare fermi senza produrre non è mai stata sviluppata — allora il cambiamento esterno porta sollievo temporaneo, e il pattern si riproduce altrove.

È il meccanismo della coazione a ripetere: la stessa struttura psichica tende a ricreare le stesse condizioni, anche in un ambiente nuovo. Il falso sé trova sempre il modo di ricominciare a lavorare — finché il vero sé non ha abbastanza forza per dire stop.

Il trattamento: tra sintomo e radice

Il burnout risponde bene al trattamento, ma richiede che si lavori su due piani contemporaneamente. Sul piano dei sintomi acuti — l'insonnia, la ruminazione, il corpo che non riesce a staccarsi dall'allerta — l'ipnosi clinica ha un ruolo specifico: interrompere il circolo iperattivazione-esaurimento e restituire alla persona l'accesso a stati di rilassamento profondo che aveva perso. La mindfulness, come pratica di presenza integrata nel percorso terapeutico, aiuta a ripristinare la capacità di stare con se stessi senza che ogni momento libero si trasformi in rimuginio sul lavoro.

Sul piano delle radici, la psicoterapia psicodinamica lavora sulle domande più difficili: perché questo lavoro era diventato così necessario? Qual è la storia di questa persona con il riconoscimento, con l'essere abbastanza, con il valore che si sente di avere quando non sta producendo nulla? Che cosa aveva il lavoro di un oggetto idealizzato — e cosa è successo quando quell'idealizzazione è crollata? Queste domande non sono accademiche. Sono quelle che permettono un cambiamento strutturale, non solo sintomatico.

Quando chiedere aiuto

Vale la pena parlarne con uno psicologo o psicoterapeuta quando la stanchezza non risponde più al riposo, quando il cinismo verso il proprio lavoro è diventato pervasivo, quando la produttività è calata nonostante si stia lavorando di più, quando il lavoro sta erodendo la qualità delle relazioni — il partner, i figli, gli amici — perché non c'è più energia per essere presenti anche lì. Vale la pena farlo anche solo quando si sente che non si è più «se stessi», che ci si è trasformati in qualcuno che non ci si riconosce.

Il burnout non si risolve aspettando che passi. Tende a peggiorare progressivamente, e nella forma più grave può evolvere in un quadro depressivo conclamato con conseguenze durature.

La mia prospettiva

Nella mia esperienza, chi arriva in studio con un burnout porta quasi sempre una storia più lunga di quanto creda. Il problema sembra nato sei mesi fa — il nuovo capo, la riorganizzazione aziendale, il progetto impossibile. Poi, lavorando insieme, emerge che il terreno era preparato da anni: un modo di regolare l'autostima attraverso la performance, una difficoltà strutturale a ricevere senza dover guadagnare, un'identità che reggeva interamente sul fare.

Non è colpa — è storia. E come tutte le storie, si può rileggere. È questo che rende il lavoro terapeutico possibile: non cambiare ciò che si è, ma capire da dove viene. Perché è solo a partire da quella comprensione che si può smettere di ripeterlo.

Riferimenti bibliografici

  1. Maslach, C., & Jackson, S. E. (1981). The measurement of experienced burnout. Journal of Organizational Behavior, 2(2), 99–113.
  2. World Health Organization (2019). Burn-out an "occupational phenomenon": International Classification of Diseases. WHO.
  3. Winnicott, D. W. (1960). Ego distortion in terms of true and false self. In The Maturational Processes and the Facilitating Environment. Hogarth Press.
  4. Rotenstein, L. S., et al. (2018). Prevalence of burnout among physicians: a systematic review. JAMA, 320(11), 1131–1150.
  5. Dreison, K. C., et al. (2018). Job burnout in mental health providers: a meta-analysis. Journal of Occupational Health Psychology, 23(1), 18–30.
  6. Khoury, B., et al. (2015). Mindfulness-based stress reduction for healthy individuals: a meta-analysis. Journal of Psychosomatic Research, 78(6), 519–528.
Dott. Matteo Guariso — Psicologo Psicoterapeuta Udine

Dott. Matteo Guariso

Psicologo Clinico e Psicoterapeuta Psicodinamico a Udine. Studio in Via del Gelso 15. Approccio integrato: psicoterapia psicodinamica, ipnosi clinica ericksoniana, mindfulness. Iscritto all'Albo degli Psicologi FVG n. 2348.