Torna alle risorse

C'è una madre che, a un certo punto, si accorge di non ricordare più cosa le piaceva fare prima. Ogni decisione della giornata è organizzata intorno a suo figlio — l'orario dei pasti, le attività del pomeriggio, le amicizie coltivate per procura. I suoi desideri sono sospesi da anni, la sua identità dissolta in "mamma". Non si tratta di amore eccessivo: si tratta di una perdita silenziosa di sé. E poi c'è un padre che aveva giurato di fare le cose diversamente dal proprio padre — meno rigidità, più presenza, meno silenzi. Eppure si ritrova a ripetere le stesse parole, gli stessi gesti, la stessa distanza. La genitorialità è la relazione più impegnativa che esista, perché non riguarda solo il bambino davanti a noi: riguarda sempre, anche, il bambino che siamo stati.

C'è una madre che, a un certo punto, si accorge di non ricordare più cosa le piaceva fare prima. Ogni decisione della giornata è organizzata intorno a suo figlio — l'orario dei pasti, le attività del pomeriggio, le amicizie coltivate per procura. I suoi desideri sono sospesi da anni, la sua identità dissolta in "mamma". Non si tratta di amore eccessivo: si tratta di una perdita silenziosa di sé. E poi c'è un padre che aveva giurato di fare le cose diversamente dal proprio padre — meno rigidità, più presenza, meno silenzi. Eppure si ritrova a ripetere le stesse parole, gli stessi gesti, la stessa distanza. La genitorialità è la relazione più impegnativa che esista, perché non riguarda solo il bambino davanti a noi: riguarda sempre, anche, il bambino che siamo stati.

Cos'è la genitorialità riflessiva — e cosa non è

Il termine "genitorialità riflessiva" rimanda al lavoro di Peter Fonagy e al costrutto della mentalizzazione: la capacità di pensare al proprio figlio come a una persona con stati mentali propri — desideri, paure, intenzioni — distinti dalle proprie proiezioni. Un genitore riflessivo non interpreta il pianto del bambino come un attacco o una manipolazione, ma si chiede: cosa sta vivendo lui in questo momento? Di cosa ha bisogno? Questa non è una tecnica da applicare, né una lista di comportamenti corretti. È uno stato mentale: la disponibilità a tenere il bambino nella mente come soggetto, non come oggetto.

La genitorialità riflessiva non va confusa con la genitorialità perfetta. Non significa non sbagliare mai, non arrabbiarsi mai, non sentirsi sopraffatti. Significa, invece, avere la capacità di riprendersi — di tornare in contatto con il figlio dopo una rottura nella relazione. È il contrario della genitorialità reattiva: quella in cui le risposte del genitore non appartengono alla situazione presente ma ai propri bisogni irrisolti, alle proprie ferite non elaborate, ai propri fantasmi.

Come si riconosce

Ci sono segnali che indicano una difficoltà nella funzione riflessiva genitoriale. Il più comune è il trattare il figlio come un'estensione di sé: le sue emozioni sono vissute come le proprie, i suoi fallimenti come vergogne personali, i suoi successi come conferme narcisistiche. In questi casi è difficile tollerare che il bambino sia arrabbiato, triste o spaventato — perché quelle emozioni attivano qualcosa di ingestibile nel genitore.

Altri indicatori includono: un'ansia sproporzionata di fronte alle normali sfide dell'infanzia (un bambino che cade, che litige con un compagno, che prende un brutto voto); l'incapacità di stare con la frustrazione del figlio senza cercare di eliminarla immediatamente; uno stile genitoriale che replica — spesso inconsapevolmente — ciò che è stato fatto al genitore stesso; e un senso cronico di inadeguatezza, la sensazione che non si stia mai facendo abbastanza, o che si stia sempre sbagliando qualcosa.

I numeri

La ricerca sull'attaccamento ha prodotto dati solidi sulla trasmissione intergenerazionale dei modelli relazionali:

  • ~30% dei genitori mostra stili di attaccamento insicuro che influenzano la qualità della cura (meta-analisi van IJzendoorn, 1995) · 75% di concordanza tra la classificazione di attaccamento del genitore (AAI) e quella del figlio (Strange Situation) (Main & Goldwyn, 1984) · 60–70% dei bambini sviluppa un attaccamento sicuro quando il genitore ha elaborato le proprie esperienze precoci, anche difficili · Il costrutto di earned security — sicurezza acquisita attraverso il lavoro terapeutico — è empiricamente documentato e trasmissibile

La buona notizia è che il ciclo può spezzarsi. La storia non è destino.

Cause: biologiche, psicologiche, sociali

Le difficoltà nella genitorialità riflessiva non nascono dal nulla. La causa più studiata è la propria storia di attaccamento: un genitore che non ha avuto esperienze di cura sufficientemente buone tenderà a non disporre, internamente, di un modello a cui attingere. Non perché sia un "cattivo genitore", ma perché nessuno ha mostrato come si fa.

A questa si aggiungono i lutti irrisolti per le figure genitoriali — non necessariamente lutti reali, ma la perdita simbolica di un genitore che non è mai stato abbastanza presente, abbastanza protettivo, abbastanza sintonizzato. Quando questo dolore non è stato elaborato, tende a riattivarsi di fronte al figlio, spesso in modo automatico e inconsapevole.

C'è poi la dimensione della trasmissione transgenerazionale del trauma: pattern relazionali, stili comunicativi, regole implicite che passano di generazione in generazione senza che nessuno li metta in parole. Selma Fraiberg li chiamava i "fantasmi nella stanza dei bambini" — presenze invisibili del passato che interferiscono con il presente.

Infine, la pressione sociale conta. La cultura del genitore perfetto — sempre presente, sempre sereno, sempre creativo — produce un'ansia da prestazione che rende più difficile, non più facile, stare in relazione con il proprio figlio.

Come si tratta

L'approccio che ha maggiore evidenza per le difficoltà genitoriali è la psicoterapia focalizzata sulla genitorialità: può essere individuale (quando le ferite personali sono predominanti) o diadica, cioè svolta con il genitore e il bambino presenti insieme nello stesso spazio terapeutico. Quest'ultimo formato — la parent-infant therapy — permette di lavorare direttamente su ciò che accade nella relazione, in tempo reale.

Le tecniche di video feedback (come il programma VIPP — Video-feedback Intervention to Promote Positive Parenting) hanno mostrato efficacia documentata nel migliorare la sensibilità genitoriale e la qualità dell'attaccamento. I gruppi di genitorialità riflessiva, condotti da professionisti esperti, offrono uno spazio di riflessione condivisa che riduce l'isolamento e normalizza le difficoltà.

Diverso è il caso dei corsi di genitorialità che forniscono regole e tecniche senza affrontare il livello emotivo e relazionale: possono essere utili in casi di difficoltà lievi, ma non sufficienti quando sono attive ferite non elaborate. In quel caso, lavorare solo sul comportamento è come dipingere sopra una crepa nel muro.

Se sei interessato a esplorare questi temi, puoi leggere anche l'articolo sulla psicoterapia psicodinamica e quello sull'ansia — due aree spesso intrecciate con le difficoltà genitoriali.

Quando chiedere aiuto

Alcuni segnali indicano che potrebbe essere utile rivolgersi a un professionista:

  • La relazione con il figlio produce un'ansia intensa e persistente, non spiegata dall'entità oggettiva delle situazioni
  • Il genitore riconosce di stare ripetendo pattern che ha vissuto come dannosi nella propria infanzia
  • Il figlio mostra difficoltà relazionali, comportamentali o sintomi che non rispondono ai tentativi di cambiamento
  • Il senso di inadeguatezza genitoriale è pervasivo e non alleviato dall'esperienza positiva quotidiana
  • C'è un senso di distanza dal figlio — o, al contrario, una fusione tale da rendere impossibile distinguere i propri stati interni da quelli del bambino

Chiedere aiuto non è una rinuncia. È l'atto più riflessivo che un genitore possa compiere.

La prospettiva clinica

Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista britannico, introdusse il concetto di "madre sufficientemente buona" — un'idea rivoluzionaria nel suo tempo e ancora oggi sottovalutata. Non la madre perfetta, ma quella ordinaria: capace di fallire, di ripararsi, di tornare. Il bambino non ha bisogno di perfezione; ha bisogno di continuità e di essere tenuto in mente.

Fonagy e colleghi (2002) hanno dimostrato che la capacità di mentalizzazione del genitore — tenere presente la mente del figlio — è il predittore più robusto della sicurezza dell'attaccamento. Quando questa capacità viene meno, il bambino sviluppa strategie di attaccamento insicure che, a loro volta, influenzeranno la sua capacità di regolare le emozioni e di stare in relazione.

Abraham Maslow offre un ulteriore livello di comprensione: un genitore i cui bisogni fondamentali — sicurezza, appartenenza, riconoscimento — non siano stati soddisfatti nella propria storia difficilmente potrà fornirli al figlio in modo spontaneo e stabile. Non per mancanza di amore, ma perché non dispone, internamente, di quelle risorse. La terapia aiuta a costruirle.

Fraiberg parlava di "fantasmi nella stanza dei bambini" — le presenze del passato che disturbano il presente. Ma aggiungeva anche l'altra faccia: gli angeli nella stanza, le memorie di amore e cura ricevuti, che possono essere convocati a protezione del bambino. La terapia aiuta i genitori a fare un'archeologia della propria infanzia — non per colpevolizzare nessuno, ma per distinguere ciò che appartiene al passato da ciò che appartiene al figlio reale, presente, vivo davanti a loro.

Se riconosci qualcosa di tuo in queste righe, puoi contattarmi per un primo colloquio: scrivimi su WhatsApp oppure prenota direttamente dalla pagina /prenota/.

Bibliografia

Fonagy, P., Gergely, G., Jurist, E. L., & Target, M. (2002). Affect Regulation, Mentalization, and the Development of the Self. Other Press.

Fraiberg, S., Adelson, E., & Shapiro, V. (1975). Ghosts in the nursery. Journal of the American Academy of Child Psychiatry, 14(3), 387–421.

Main, M., & Goldwyn, R. (1984). Predicting rejection of her infant from mother's representation of her own experience. Child Abuse & Neglect, 8(2), 203–217.

Maslow, A. H. (1943). A theory of human motivation. Psychological Review, 50(4), 370–396.

van IJzendoorn, M. H. (1995). Adult attachment representations, parental responsiveness, and infant attachment. Psychological Bulletin, 117(3), 387–403.

Winnicott, D. W. (1953). Transitional objects and transitional phenomena. International Journal of Psycho-Analysis, 34, 89–97.

Questo articolo ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica individuale. Se compaiono pensieri di morte o autolesionismo, è urgente rivolgersi al medico di base, al pronto soccorso o chiamare il 112.

Dott. Matteo Guariso

Dott. Matteo Guariso

Psicologo Clinico e Psicoterapeuta Psicodinamico. Studio a Udine. Lavoro con adulti su ansia, depressione, relazioni e crescita personale.